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Commercio equo

Il cioccolato equo solidale, un prodotto in via di estinzione?

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La deforestazione , il lavoro minorile , i contadini sottopagati : nei paesi in cui viene coltivato , il cacao non è proprio sinonimo di progresso sociale . Tuttavia, il mercato del cioccolato non è mai andato cosi bene . E la carenza di cacao è una minaccia. I giganti dell’industria del cioccolato stanno cercando di reagire annunciando di volersi convertire nel cacao " sostenibile". Molti certificatori di commercio equo solidale offrono loro un etichetta su misura . Col rischio di rinunciare a trasformare veramente un settore socialmente ingiusto .

Originariamente pubblicato da Basta in francese

Da lontano, sembra una piccola rivoluzione. I giganti dell’industria del cioccolato si convertono al "cacao sostenibile". 100 % di cacao certificato nel 2020, ha annunciato la multinazionale statunitense Mars (per il momento, solo il 20 % del cacao acquistato da Mars cioccolato è certificato). Certificato, quindi più rispettoso dei produttori. Mars non è l’unico a impegnarsi nel " equo solidale" : il gruppo svizzero Barry Callebaut, uno dei leaders mondiali nella produzione di cioccolato, sta sviluppando un programma per sostenere i produttori in un processo di rispetto dell’ambiente. Ed avrebbe raggiunto il 10 % di materie prime certificate dalle organizzazioni del commercio equo. In un settore cosi concentrato, dove solo una manciata di aziende condividono il mercato del cioccolato (con Nestlé e Kraft Foods, Mars è uno dei colossi del cioccolato), tali decisioni possono avere gravi conseguenze su una filiera dal fiato corto.

Perché la produttività delle piante di cacao sta crollando. Lo sfruttamento intensivo delle piantagioni, principalmente in Africa Occidentale (72 % del mercato mondiale), minaccia le riserve del mercato. Nel 2013, sono stati consumati più di quattro milioni di tonnellate di cacao, il 32 % in più di un decennio fa. E la domanda è in crescita : in Asia e nel Pacifico, il consumo di cioccolato aumenta ogni anno del 25 %. Come garantire che ci sarà ancora abbastanza cacao nel 2020 ? La produzione diventerà troppo bassa rispetto al consumo. E i prezzi aumenteranno se la tendenza non verrà invertita. I giganti di cioccolato lo hanno capito : è a la base che si devono modificare le pratiche.

Il cioccolato o la foresta

La prima sfida è ambientale. La coltivazione del cacao si fa a scapito della foresta. I costi di produzione sono elevati : ci vuole del tempo, della manodopera, un arricchimento dei terreni. Dopo vent’ anni di attività, una volta esaurite le piante di cacao, gli agricoltori si girano verso nuove terre. Nella foresta, il terreno è ancora fertile. 14 milioni di ettari sono stati tagliati, in Costa d’ Avorio, per impiantare nuove piante di cacao, l’equivalente di quattro regioni francesi [1] Un rapporto del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite ritiene che per mantenere la produzione attuale, ci vorrebbero circa 6 milioni di ettari in più nei prossimi anni. Le foreste del Camerun sono ambite. Quelle del Vietnam e Indonesia anche.

A tutto questo, si viene ad aggiungere una sfida sociale. Dal 1950, il prezzo del cacao non ha smesso di diminuire. "Oggi, il cacao non vale neanche più la metà di quello che valeva 30 anni fa", fa notare la Dichiarazione di Berna [2]. Di fronte a redditi sempre più bassi, molti agricoltori della Costa d’Avorio, da cui proviene il 40 % del cacao mondiale, scelgono altri lavori e abbandonano la loro terra. "Le famiglie dovrebbero guadagnare in media dieci volte più di oggi per raggiungere la soglia di povertà ", ha detto la Dichiarazione di Berna riguardo alla Costa d’Avorio. Dei prezzi bassi, molto bassi, ma anche molto fluttuanti. " Il prezzo può scendere del 30 % in un giorno come nell’autunno del 2011 ", afferma Christophe Alliot, di Information Analysis Corporate Citizen ( Basic). Questa variazione è causa di una notevole incertezza per gli agricoltori che ora sono colpiti dal cambiamento climatico.

230.000 bambini nelle piantagioni

La coltivazione del cacao manca di contadini. Nonostante l’uso di insetticidi, fungicidi e fertilizzanti, il cacao richiede una manodopera importante, che le macchine non possono sostituire. Chi fornisce una parte del lavoro ? I bambini. Nel 2009, è stato stimato che sono stati circa 230.000 a lavorare nelle piantagioni in Costa d’ Avorio e Ghana. 15.000 sarebbero dei bambini schiavi. Costretti a lavorare il giorno. Chiusi di notte per impedire loro di fuggire.

All’inizio degli anni 2000, la questione del lavoro minorile ha mobilitato l’opinione pubblica internazionale. Gli Stati Uniti hanno attuato il protocollo Harkin Engel, dal nome dei loro due rappresentanti. L’obiettivo: costringere l’ industria del cioccolato ad agire per abolire il lavoro minorile entro il 2005, ma l’accordo è volontario e non vincolante.. La scadenza è stata prolungata. Le dichiarazioni si susseguono ; ma i fatti si fanno attendere. Nel 2014, il lavoro minorile è ancora una realtà nelle piantagioni dell’Africa occidentale. Perché un tale fallimento? "Il problema è economico e sociale, dice Christophe Alliot. Fin quando le famiglie di contadini non hanno abbastanza per vivere, il lavoro minorile forzato è un flagello molto difficile da contenere. "

Delle certificazioni per “darsi buona coscienza” ?

I codici di condotta e le certificazioni lanciati dalle compagnie non cambiano la situazione. Ma il movimento è avviato : le aziende oggi cercano di certificare una parte della loro produzione. E cosi rassicurare i consumatori. Per questo, bisogna garantire il suo marchio. Apporci un’etichetta. Per questo esistono organizzazioni. Si chiamano Rainforest e Utz. Il loro compito: certificare la produzione di cacao se i coltivatori di cacao si sono impegnati su alcuni punti. Per la certificazione di Rainforest, i produttori devono proteggere la foresta. Ma riguardo i diritti dei bambini è un’altra storia : " Il lavoro minorile è certo vietato prima dell’età di 15 anni, ma non c’è nessuna garanzia di prezzo minimo per assicurare un reddito stabile e adeguato alle famiglie, mentre questo è l’essenziale per affrontare il problema alla radice, " nota Christophe Alliot.

Nel 2011, l’11 % del cacao utilizzato dai produttori di cioccolato è stato certificato. Un primo passo. Ma qual è il reale impatto di queste certificazioni ? Nel 2013, il Centro per la Cooperazione Internazionale nella ricerca agronomica per lo sviluppo ( CIRAD ) ha affrontato la questione in Costa d’Avorio. Ha studiato 160 piante, tra cui 80 certificate da Rainforest. Le sue conclusioni sono chiare : i criteri di certificazione non sono sempre rispettati. "In definitiva, queste certificazioni sono principalmente un modo per i cioccolatieri e gli Stati per darsi buona coscienza ", dice François Ruf, economista presso il CIRAD, specialista del cacao a Eco Terra [3]. Secondo lui, le aziende cercano soprattutto di aumentare il loro rendimento formando gli agricoltori. Un approccio produttivista, che a volte porta ad un aumento dell’uso di pesticidi ! "Riconosciamo che in Costa d’Avorio, la certificazione Rainforest Alliance (... ) deve migliorarsi, dice Edward Millard, di Rainforest. Ma stiamo facendo progressi."

Ma da dove proviene il nostro cioccolato ?

Le iniziative del settore fioriscono. Ma produrre di più e proteggere l’ambiente e i diritti dei contadini possono essere degli obiettivi compatibili ? "Per l’industria del cioccolato, l’obbiettivo è di garantire l’approvvigionamento di cacao, e quindi aumentare il rendimento ", osserva la Dichiarazione di Berna, aggiungendo che "queste aziende spesso non sono disposte ad investire in iniziative che non si occupano direttamente di tale aumento." E’ il caso della tracciabilità. Ci consente di conoscere l’esatta origine del cacao, ed evitare promuovendola, ad esempio, le piantagioni in cui i diritti umani non sono rispettati. Ma ha un costo. Che la maggior parte delle grandi aziende del settore sono riluttanti ad assumere.

Eppure sarebbe una condizione ", per costringerli a rendere conto publicamente ", ha detto la Dichiarazione di Berna. "Attualmente, se chiedete ai marchi distributori informazioni sulla esatta origine del loro cacao, di solito non possono dare una risposta, perché solo i produttori sanno queste informazioni ", afferma Christophe Alliot. Per non mancare di riserve, i produttori di cioccolato si scambiano il cacao. Il che impedisce il ritorno alle origini. Difficile, quindi, sapere se sosteniamo il lavoro minorile con l’acquisto del nostro cioccolato di marca standard.

Le difficoltà del commercio equo del cacao

La questione del prezzo di acquisto al produttore è fondamentale. Come fermare il crollo dei prezzi e la sua costante variazione? Come garantire un reddito minimo agli agricoltori e consentire loro di sfruttare in modo più sostenibile la loro piantagione ? La soluzione viene dal commercio equo e solidale. Max Havelaar, Alter Eco, Ethiquable : questi organismi di certificazione (per il primo) o di commercializzazione di prodotti generati dal commercio equo (per i secondi) permettono di sviluppare i legami con i produttori di cacao impegnati in un approccio più sostenibile. Difendono cosi la tracciabilità del cacao.

Prezzo minimo garantito ai produttori [4], premio allo sviluppo, rafforzamento delle organizzazioni di agricoltori (cooperative ): gli strumenti del commercio equo solidale consentono agli agricoltori di sfuggire alla povertà diffusa nel settore. Secondo Max Havelaar, che appoggia 127.000 coltivatori di cacao, 1,2 % del cacao mondiale venduto sul mercato sarebbe generato dal commercio equo. Tuttavia, solo un terzo del cacao prodotto secondo gli standard del commercio equo e solidale sarebbe venduto con l’etichetta. I restanti due terzi sono venduti sul mercato convenzionale, ad un prezzo minore al cacao equo [5].

Verso un etichetta ancora più leggera ?

E’ particolarmente di fronte a questo paradosso che Max Havelaar ha deciso di modificare le sue regole di certificazione. All’inizio del 2014, la società ha annunciato il lancio di una nuova etichetta, il programma di approvvigionamento Fairtrade ( FSP ). Con dei cambiamenti importanti : per convincere sempre più produttori a rivolgersi verso l’equo solidale, Max Havelaar può ora apporre un marchio su prodotti che comprendono un solo ingrediente "equo ". "In precedenza, tutti gli ingredienti che potevano essere equi dovevano esserlo per la certificazione del prodotto ", dice Max Havelaar France [6].

Ora, sarà sufficiente che solo il cacao, presente in quantità molto piccole in un Mars per esempio, sia equo e l’intero prodotto avrà l’ etichetta. E anche se tutti gli altri ingredienti, tale lo zucchero, sono derivati dai canali tradizionali. Il cioccolato Mars potrà cosi avere il nuovo marchio di qualità Max Havelaar, che assomiglia molto al vecchio. Di che trasformare, agli occhi dei consumatori, i prodotti di cioccolato di molti produttori in prodotti di commercio equo e solidale. E aiutare Mars a raggiungere i suoi obiettivi ambiziosi per il 2020 [7]!

"E ’necessario che l’azienda acquisti il 100 % di cacao contenuto nel prodotto alle condizioni del commercio equo per potere avere la nuova etichetta, dice Max Havelaar France, che prevede, nel 2014, un incremento del 22 % dei volumi venduti dai produttori di cacao del sistema Fairtrade / Max Havelaar. "Se l’azienda utilizza il 10 % del cacao del commercio equo, può utilizzare l’etichetta solo nella comunicazione CSR ( Corporate Social Responsibility. )"Quello può già sedurre molti produttori di cioccolato, preoccupati dalla loro immagine più verde !

La fine del legame tra consumatori e produttori ?

Negli ultimi anni, Max Havelaar ha anche sviluppato il bilancio di massa. Il principio è il seguente : il produttore di cioccolato che acquista il 30 % di cacao sostenibile può certificare il 30 % della sua produzione di cioccolato. Non importa se il prodotto finito, dove viene apposto il marchio Max Havelaar, in realtà contiene cacao certificato : cacao certificato e non certificato sono mischiati durante la produzione. I produttori di cioccolato evitano cosi di avere due catene separate di produzione e ridurre il costo di produzione di un cioccolato certificato sostenibile. Questo permette loro di aumentare ancora un po la loro parte di mercato. Max Havelaar può cosi competere con Utz e Rainforest, le cui etichette sono meno esigenti.

Ecco il video di presentazione ( in inglese ), di Utz, sul suo sistema di bilancio di massa:

Ma il legame tra consumatore e produttore non è più evidente. Si passa da una tracciabilità fisica ad una tracciabilità documentaria, in cui il consumatore non può essere certo che la sua barra di cioccolato contiene " cacao sostenibile. " In definitiva, non è certo che il cliente percepisce l’interesse di continuare ad acquistare "equo ".

Di fronte all’alleggerimento della nuova etichetta, vi è il rischio che delle compagnie in precedenza certificate per un prodotto contenente la maggior parte dei suoi ingredienti " equo" si rivolgano alla nuova etichetta, con solo cacao equo. "Questo nuovo commercio equo solidale permetterà certamente di raccogliere dei volumi importanti, dice la società cooperativa Ethiquable [8] Ma avrà rinunciato alle trasformazioni sociali e ai cambiamenti nei rapporti di potere che il commercio equo (almeno quello che noi, Ethiquable, pratichiamo) appella." La deforestazione, il lavoro minorile e l’allontanamento dei contadini possono ancora continuare. Nonostante le numerose iniziative, il settore del cacao sembra ancora lontano dal fare la sua rivoluzione.

Simon Gouin

Foto : Daniel ( a) CC e Alain Secretan

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