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Il dopo 13 novembre

«Una cosa dev’essere chiara: un mondo è finito e non si potrà tornare indietro»

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Per combattere efficacemente lo Stato islamico e la sua offerta politica di morte e disperazione «dobbiamo riflettere sulla rivolta che sta alla radice di questi crimini». Questo il suggerimento dell’antropologo Alain Bertho, attualmente impegnato nella stesura di un libro su «i figli del caos». Alla radice del male, la fine delle utopie, sepolte sotto il crollo di tutte le correnti politiche progressiste. Il XXI secolo si sarebbe scordato del futuro a vantaggio della gestione del rischio e della paura, indifferente alla collera delle giovani generazioni. Tra una quotidianità militarizzata e il giudizio universale in stile jihadista, solo «l’emergenza di un’altra radicalità» potrebbe ravvivare la speranza collettiva.

Basta!: Il profilo dei giovani europei che si radicalizzano, che partono in Siria per raggiungere il «califfato» dello Stato islamico o che aspirano a farlo e che sono pronti a morire da «martiri», continua a suscitare o l’incomprensione totale o la semplificazione estrema e, in ogni caso, un sentimento di impotenza. Lei come analizza questo fenomeno?

Alain Bertho [1]: Anche se le cifre variano da una stima all’altra, possiamo affermare che la Francia è il paese europeo con il contingente in loco numericamente più importante. Ricordiamo che i «foreign fighters», i volontari stranieri di Daesh, vengono da ben 82 paesi. Ma il mio paese intrattiene un rapporto particolare con l’epicentro geopolitico del caos. Dal punto di vista storico questo rapporto è legato segnatamente al nostro passato coloniale, ma esso è anche il prodotto delle nostre fratture nazionali contemporanee.

Non c’è un profilo tipo per coloro che partono in Siria, se si esclude la loro giovane età. Circa un terzo è composto da convertiti all’islam; ci sono dei giovani originari delle banlieue povere che si sentono stigmatizzati oramai da anni; altri hanno un lavoro e una famiglia; alcuni non frequentavano le moschee, ma il loro computer. Il lavoro di David Thomson [2], giornalista e specialista del jihadismo, è rivelatore. Thomson ha seguito e intervistato vari jihadisti francesi. Tutti hanno conosciuto un momento catalizzatore comune: una conversione, una frattura e la scoperta di un’altra disciplina di sé capace di ridare un senso alle loro vite.

Il successo di una tale offerta politica, quella dello Stato islamico, risiede nel fatto che, per persone destabilizzate, essa offre la possibilità di dare un senso al mondo e alla vita. Offre loro addirittura una missione. In questa varietà di profili sembra che coloro che vengono ad uccidere e morire, non in Siria, ma nel paese che li ha visti nascere e crescere, abbiano un conto in sospeso specifico con il loro paese. Questo contenzioso è pesante, greve e viene da lontano.

Ma come spiega il potere d’attrazione dello Stato islamico e dei gruppi armati ad esso affiliati in altri paesi, quando il suo progetto politico si riassume nel mettere in opera l’islam più reazionario e intransigente in Siria e in Iraq, affrontare l’apocalisse e morire da martiri?

Dobbiamo renderci conto che se questa offerta politica è fatta di morte e disperazione, è anche questo a renderla attrattiva. È ben questa la gravità della situazione. Come dice Slavoj Zizek: «Evidentemente è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Per i jihadisti, in un mondo di caos politico, morale, economico o climatico, la fine è vicina. Il progetto politico di Daesh offre allora un senso al loro cammino verso la morte. Propone loro un destino. Alla speranza di liberazione individuale e collettiva che guidava le mobilitazioni passate, hanno sostituito una problematica della fine del mondo e del giudizio universale. La loro liberazione è morire da martiri! Sono quindi delle persone estremamente determinate. «Sono solo i martiri ad essere senza pietà e senza timore. Credetemi, il giorno del trionfo dei martiri, sarà l’incendio universale»[i], profetizzava Lacan nel 1959. Ci siamo. Dobbiamo quindi urgentemente riflettere su ciò che causa una tale disperazione, se vogliamo prosciugare la fonte del reclutamento.

Qual è la differenza tra la radicalizzazione jihadista attuale e la radicalizzazione politica incarnata dalla lotta armata o l’azione terrorista degli anni 70?

C’è una differenza essenziale di obiettivo. Dopo il ’68 assistiamo al passaggio all’azione armata con la banda Baader-Meinhof – o Frazione dell’Armata Rossa – in Germania, le Brigate Rosse in Italia o il gruppo di estrema sinistra Kakurokyo in Giappone. Sono delle persone che, dal loro punto di vista, sacrificano la vita per l’avvenire altrui. È un passaggio all’atto criminale destinato al fallimento, ma che si iscrive in una lotta per un futuro rivoluzionario che credono migliore. Con lo Stato islamico non c’è niente del genere: si sacrifica la propria vita per la morte altrui. Si mira solo a trascinare tutti nella disperazione, con una consolazione: gli apostati, i miscredenti, i cristiani e gli ebrei non andranno in paradiso.

L’orrore è parte integrante della strategia, come spiegato nel trattato «La gestione della barbarie» [3], scritto in Iraq dal teorico del jihadismo – sicuramente un collettivo – Abu Bakr Naji prima dell’emergenza dello Stato islamico. Non fanno la guerra per creare uno Stato, come in una lotta per l’indipendenza: creano uno «Stato» per fare la guerra. Lo Stato islamico non ha nessuna visione della pace se non il trionfo finale del califfato contro nemici sempre più numerosi. Ma dal 2001 l’idea di «pace come obiettivo della guerra» (vecchia concezione clausewitziana) non ha già più corso neanche presso le grandi potenze imbarcatesi in una «guerra senza fine» contro il terrorismo. Quali sono gli scopi di guerra o gli obiettivi di pace della coalizione in Siria o in Iraq? Non ne abbiamo idea. Il jihadismo ci ha trascinati sul suo terreno.

Nel saggio che sta preparando su «i figli del caos» [4], lei spiega che il jihad, una motivazione quindi religiosa, non è l’unico motore della radicalizzazione. Quali sarebbero gli altri?

Abbiamo un problema legato alla fine del XX secolo e al crollo del comunismo. La fine del comunismo non è soltanto la fine di regimi e istituzioni dell’Europa dell’Est e della Russia, ma anche il crollo di un insieme di riferimenti culturali comuni a tutte le correnti politiche progressiste. Nonostante la realtà poliziesca e repressiva dei regimi comunisti «reali», all’epoca, un cambiamento di società era ancora percepito come possibile e s’iscriveva in un percorso storico, in un’idea di progresso. Il futuro si preparava oggi. L’ipotesi rivoluzionaria che ha aperto la modernità (la Rivoluzione francese) è stata un riferimento politico comune per chi auspicava la rivoluzione come per coloro che preferivano le transizioni pacifiche e «legali». Con il crollo del comunismo e la fine di ogni prospettiva rivoluzionaria è l’avvenire stesso che abbiamo perso per strada. È l’idea del possibile che è crollata. Non siamo più in un iter storico. Non parliamo più di futuro, ma di gestione del rischio e di probabilità [5]. La quotidianità è gestita da responsabili politici che manipolano rischio e paura come mezzi di governo, le paure legate alla sicurezza come quelle legate al debito, che parlano del surriscaldamento globale, ma sono incapaci di anticipare la catastrofe annunciata.

I giovani, coloro che incarnano biologicamente, culturalmente e socialmente il futuro dell’umanità, pagano il prezzo di questa impasse collettiva e sono particolarmente bistrattati. Le società non investono più nel loro avvenire, l’educazione o le università. La gioventù è stigmatizzata e soffocata. Vari Paesi del mondo, dal Regno Unito al Cile passando per il Kenya, conoscono ormai da anni mobilitazioni studentesche, anche violente, contro l’aumento delle spese d’iscrizione all’università. Dappertutto le morti di giovani con l’implicazione della polizia causano sommosse: pensate a Ferguson o a Baltimora negli Stati Uniti; alle 3 settimane di disordini in Grecia, nel dicembre del 2008, dopo l’uccisione del giovane Alexander Grigoropoulos da parte di due poliziotti; ai cinque giorni di disordini in Inghilterra dopo la morte di Mark Duggan nel 2011. Per questi pochi casi mediaticamente visibili, ve ne sono decine d’altri che rimangono taciuti (leggere il nostro articolo «L’augmentation des émeutes : un phénomène mondial»). Una società ormai divenuta incapace di inventarsi spinge i suoi membri a mobilitazioni di rabbia e disperazione.

Con la mondializzazione finanziaria, i divari di reddito e patrimonio si accentuano ad una rara velocità. Gli Stati sono nelle mani di mercati e finanzieri. Le vittorie elettorali dei più progressisti possono essere trasformate in disfatte dalla sola volontà dell’Eurogruppo, nel disprezzo dei popoli, come hanno recentemente sperimentato i Greci. Abbiamo pensato a quale può essere la figura di una rivolta senza speranza? Queste rabbie radicali si trovano oggi di fronte a tali impasse da aprire le porte a offerte politiche di morte, come quella dello Stato islamico.

Dobbiamo veramente considerare la radicalizzazione «jihadista» come una forma di rivolta pari le altre? Oppure vederla piuttosto come una nuova ideologia totalitaria e assassina da combattere con tutti i mezzi?

Entrambe le cose. Considerati i danni e i crimini che commettono, qui e altrove, dobbiamo combatterli. Ma se vogliamo essere efficaci dobbiamo riflettere sulla rivolta che sta alla radice di questi crimini. Dobbiamo chiederci cosa può spingere un giovane di vent’anni a farsi esplodere vicino ad un McDonald’s a Saint-Denis. Cosa lo ha condotto lì? Cosa possiamo fare per evitare che la cosa si generalizzi? La repressione, è come i vigili del fuoco, ma bisogna trovare la fonte d’innesco dell’incendio! Altrimenti il reclutamento continuerà, in special modo in Francia. La crisi della politica è particolarmente profonda nel mio paese. La classe politica è completamente investita nella sfera del potere e dello Stato e separata dal resto della società, completamente sfasata, qual che sia il partito. La politica non è più una forza soggettiva capace di unire e aprire delle possibilità.

Il peso e la forza del movimento operaio risiedeva nella sua capacità di aggregare popolazioni diverse, in particolare immigrate, in una speranza comune. La fine dei collettivi, della nozione di classe sociale, dell’idea di un «noi» ha quasi fatto sparire la coscienza collettiva di un’azione ancora possibile. Il «Popolo» caro a Michelet si è smembrato nella fine del fordismo e la «politique de la ville»[ii]. L’emergenza delle tematiche legate all’immigrazione e l’ascesa del Front National sono contemporanee alla scomparsa di una soggettività di classe capace di unire. Questo smembramento lo paghiamo a caro prezzo. Quando dei ragazzi vengono uccisi con l’implicazione della polizia nei quartieri popolari, gran parte della popolazione francese rimane indifferente. È quello che è successo nel 2005. L’isolamento e la stigmatizzazione dei giovani dei quartieri popolari li hanno condotti alla sommossa in tutta la Francia. Questo isolamento e questa stigmatizzazione, da allora, non hanno fatto che rinforzarsi.

Se la questione è offrire delle possibilità d’azione o addirittura di rivolta contro le disuguaglianze, le discriminazioni o la brutalità del neoliberalismo economico, perché i nuovi movimenti sociali e le forme pacifiche di contestazione non esercitano un più forte potere di attrazione?

Una cosa deve essere chiara: un mondo è finito e non si potrà tornare indietro. La nostalgia è fuori luogo. Dobbiamo guardare avanti e fare il bilancio delle esperienze del presente. Dopo il movimento altermondialista degli anni 2000, l’anno 2011 ha rappresentato una finestra di speranza. Le primavere arabe cominciano in gennaio in Tunisia con la morte di Mohammed Bouazizi, giovane laureato disoccupato, a Sidi Bouzid, poi in febbraio tocca all’Egitto. In seguito, il movimento degli Indignados occupa Puerto del Sol a Madrid a partire dal 15 maggio. I greci fanno altrettanto contro l’austerità sulla piazza Syntagma ad Atene. Forti contestazioni esplodono anche in Cile e in Senegal. In settembre è il turno del movimento Occupy Wall Street, contro la finanza e l’appropriazione delle ricchezze negli Usa, e i villaggi di tende fino a Tel Aviv. Queste contestazioni della prima generazione post comunista hanno aperto uno spazio, ma tutto ciò non è sfociato, per ora, in un vero movimento di trasformazione politica.

Cosa rimane oggi delle primavere arabe? I contestatori siriani sono stati massacrati dal regime, i Libanesi si uccidono tra di loro, l’Egitto è praticamente tornato al punto di partenza e la Tunisia non riesce a rispondere ai bisogni sociali della sua popolazione. D’altronde la Tunisia è il paese che, davanti all’Arabia Saudita, conta il contingente straniero più importante tra i combattenti dello Stato Islamico, stimato a 3000 unità. Questa disillusione della primavera araba è sensibile quando si osserva la curva degli attentati. Si può constatare una crescita degli attentati nel Vicino e Medio Oriente a partire dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003. La crescita diventa esponenziale a partire dal 2012 con la fine delle primavere arabe e l’inizio del caos geopolitico in Iraq e in Siria.

Perché non è emersa nessuna prospettiva e alternativa politica? E come la sinistra, o quello che ne rimane, può combattere in modo efficace l’ascesa di questa nuova ideologia totalitaria?

Quella che per molto tempo è stata definita come la traduzione politica di una lotta per il cambiamento è stata spazzata via dalle esperienze – e i fallimenti – del XX secolo. Il potere di Stato non è più considerato come una leva di trasformazione da conquistare in un modo o in un altro. Nel 2011, i manifestanti che fanno cadere Ben Ali in Tunisia e Moubarak in Egitto lasciano ad altri la cura di assicurare la transizione e governare. Assistiamo a delle mobilitazioni ammirevoli che non si trasformano però in mezzi per prendere il potere; che non vogliono prenderlo. Non hanno una «strategia». Per il momento solo l’esperienza di Podemos in Spagna cerca di far entrare la mobilitazione degli Idignados in una strategia di potere. Altrove i periodi elettorali suscitano sempre maggiori disordini. Le elezioni non sono più un momento di risoluzione pacifica dei conflitti sociali. E non solo in Africa. E quando non ci sono sommosse, quello che possiamo constatare è un calo della partecipazione, a livello mondiale.

È la politica come mobilitazione popolare e costruzione della cosa comune che abbiamo perso e che dobbiamo ritrovare. A costo di provocare un po’ dirò che l’urgenza, oggi, sta meno nella «deradicalizzazione» e nell’egemonia delle marce militari sul dibattito politico che nell’ascesa di un’altra radicalità, una radicalità di speranza collettiva che prosciughi alla fonte il reclutamento jihadista. Dobbiamo ritrovare il senso del futuro e del possibile, e resistere alla trappola della mobilitazione guerriera che ci tendono i terroristi.

Intervista realizzata da Ivan du Roy

Traduzione in italiano: Susy Memo

Articolo originariamente pubblicato in francese

Foto: DR

Note del traduttore:
[i] N.d.T. Traduzione tratta da J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi [1959-1960], Einaudi, Torino 1994, p. 338.
[ii] N.d.T. La Politique de la ville in Francia è l’insieme di pratiche messe in atto dai poteri pubblici per rivalorizzare le zone urbane in difficoltà e ridurre le diseguaglianze tra i vari territori. Nasce una trentina d’anni fa, con l’emergenza dei problemi legati alle banlieue povere.

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